EDITORIALE TELESCOPE – RACCONTI DA LONTANO – MACTE DI TERMOLI – CENTRO PECCI PRATO – THE SQUARE SKY ARTE

Giunta alla sua quarantesima edizione, TELESCOPE, presenta nella sezione RACCONTI un’intervista di Alessandra Galletta – critica, curatrice e autrice di programmi culturali – a Nicolas Ballario, conduttore di THE SQUARE. Spazio alla cultura, la trasmissione di Sky Arte dedicata alle arti al tempo delle chiusure pandemiche. Caterina Riva, Direttrice del MACTE di Termoli, ci offre problematicità e possibilità che hanno guidato il suo riallestimento della collezione permanente del museo; Maria Marinelli, giornalista e storica dell’arte, presenta invece un’analisi di Litosfera, mostra in corso al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato.

Nuove percezioni al MACTE, di Caterina Riva

Il riallestimento della prima sala laterale del MACTE – Museo di Arte Contemporanea di Termoli è il frutto di un mio primo avvicinamento alla Collezione del Premio Termoli e della volontà di curare un allestimento che, non seguendo un ordine cronologico o tematico, vuole presentare sia le problematiche che le potenzialità delle opere conservate presso il Museo.

Nella sala in analisi convivono opere degli anni Sessanta e Settanta, l’olio su tela di Lia Drei (1963), la scultura in alluminio e materiale plastico di Franco Cannilla (1965), l’acrilico su masonite di Getulio Alviani (1967), il collage di Mirella Bentivoglio (1971), con opere acquisite nelle ultime due edizioni del Premio Termoli: le installazioni di Riccardo Baruzzi, vincitore con Porta pittura dei riccioli dell’edizione del 2016, e di Benni Bosetto Quattro bastoni (rococò parade), che ha vinto nel 2018. Per l’allestimento di queste ultime ho potuto contattare direttamente gli artisti e confrontarmi con loro rispetto a dubbi di installazione e chiarimenti riguardo le loro intenzioni. Era la prima volta che l’opera di Bosetto era montata a muro, e l’artista ci ha guidati da remoto nel posizionamento e in piccole riparazioni della terracotta; parlare con Baruzzi mi ha rinfrancata sul permesso di presentare secondo il mio giudizio la struttura espositiva e decidere quante e quali tele appendere a muro. La giustapposizione di opere da tempi e contesti differenti vuole mostrare diverse strategie e materiali, e annunciare una dialettica di significati e significanti dei linguaggi artistici che da storici si fanno contemporanei e viceversa.

La scelta di mostrare l’opera pittorica di Getulio Alviani – irrimediabilmente compromessa nella resa cromatica per l’esposizione scorretta alla luce diretta, come si evince dalla replica in scala 1:1 posta sulla parete di fronte, riprodotta da un’immagine di repertorio che ritrae l’opera con una cromia più vicina a quella voluta dall’artista – si fa monito alla responsabilità del nostro Museo di recente costituzione di custodire, conservare e valorizzare le opere del Premio Termoli. Il Premio fu creato nel 1955, prima con cadenza annuale poi biennale, la 62ma edizione del Premio con la mostra al museo e una nuova Sezione di Architettura e Design, si svolgerà nel 2021 dato che il 2020 non ce l’ha permesso.

In parallelo alla selezione e installazione di opere nelle sale, abbiamo iniziato una ricerca di opere e artisti che fanno parte della Collezione del Premio Termoli, invitando critici e curatrici, artisti e artiste a scrivere dei testi su opere selezionate, offrendo al pubblico degli approfondimenti redatti da persone che per frequentazione, esperienza o studi hanno un punto di vista privilegiato su di esse. I testi che stiamo raccogliendo saranno a disposizione sia nelle sale del Museo che sul nuovo sito in via di sviluppo del MACTE.

Immersione profonda, di Maria Marinelli

Tutto ha origine dal rito. Una marcia senza tempo, cadenzata, che conduce i minatori del Sulcis a esplorare le profondità del mare dell’isola di Sant’Antioco in Sardegna. Siamo in una terra cruda, reale quanto mistica, dove le miniere sono un punto di riferimento sociale, economico e culturale, oggi dismesse dalla loro principale attività.

Ancora una volta protagonista è il mare, l’acqua, elemento primario, carico di simbolismo arcaico, ricorrente nella ricerca di Giorgio Andreotta Calò, nato a Venezia, un luogo che possiede una condizione fluida, unica, difficile da abbandonare.

Ed è proprio dal mare che provengono i carotaggi disposti dall’artista in ordine stratigrafico di profondità sul pavimento del Centro Pecci di Prato nella grande installazione Produttivo (2018-2019), coprodotta dall’Hangar Bicocca di Milano. La prospettiva orizzontale in cui sono ordinati questi elementi cilindrici, costituiti da stratificazioni di pietre, fragili, ma al contempo forti nella loro potenza evocativa, entra in dialogo con la nostra dimensione verticale che ci permette di attraversarli in profondità. Un viaggio introspettivo attraverso un mondo magico, suddiviso in due emisferi che si guardano allo specchio: una superficie terrena, che è anche tensione alla volta celeste, e un abisso, più autentico quanto doloroso, connesso agli inferi, come raccontano le teorie dell’antropologo Ernesto De Martino che hanno ispirato anche l’installazione dell’artista realizzata per la Biennale di Venezia nel 2017.

Di fronte alla grande opera ambientale di Calò, che esplora le componenti immanenti dello spazio, non ci si può dimenticare delle pratiche concettuali e di quelle connesse alla Land Art degli anni Sessanta e Settanta, che l’artista rielabora con maggiore consapevolezza, creando forti connessioni con il contesto geografico e culturale di provenienza della materia.

L’uomo di Calò, che riemerge dal mare come i carotaggi, è la versione matura del protagonista del video A Fragmented World (2016), di Elena Mazzi e Sara Tirelli, riprodotto in loop nelle stesse stanze del Pecci. Un uomo moderno, senza un volto, un nome e una meta, che cerca di sfuggire al proprio destino in una dimensione ripetuta. Si muove su un terreno magmatico, osservato da un deus ex machina che sembra quasi condizionarne i movimenti, manipolati dai suoni ancestrali dell’Etna, ora Natura matrigna, ora ventre materno caldo pronto ad accoglierlo, forse, per sempre. Ispirato alla Teoria delle fratture di Bruno Giorgini, che restano prive di una formula scientifica esatta, il video entra in un cortocircuito senza tempo con l’opera di Calò attraverso la materia, definendo la crisi come realtà da accettare e da vivere: un passaggio obbligato da attraversare per costruire un rapporto autentico con la Natura.

L’arte non è un format, intervista di Alessandra Galletta a Nicolas Ballario

Si chiama THE SQUARE il non luogo di Sky Arte nel quale Nicolas Ballario dà spazio alle arti. Nel ‘suo’ loft in costruzione incontra artisti, cantanti, ballerini, attori per il pubblico in crisi d’astinenza dall’arte dal vivo. Alla proposta gli é venuto un dubbio: “ma… lo so fare”?

Alessandra Galletta: Il tuo programma “ruba” il titolo al film palma d’oro a Cannes del 2017, che a sua volta prende il titolo da un’installazione artistica sul tema della fiducia. Quanta fiducia ti é servita per affrontare questo format?

Nicolas Ballario: Molta! Quando Sky Arte mi ha chiesto di partecipare a questa avventura ho detto sì con grande entusiasmo, ma poi è arrivata anche un po’ di ansia. Era un’opportunità così grande che mi sono chiesto: “sarò in grado?”. Sapevo di andare a giocare nel campo di gioco migliore possibile (e quindi più difficile) in questo settore. È un pubblico attento. Ho dovuto fare un bel respiro prima, ma la squadra è fantastica, e non smetterò mai di ringraziare per questa esperienza.

AG: Invece quanta fiducia chiedi ai tuoi ospiti? E ai tuoi spettatori?

NB: Agli ospiti pressoché totale: lì mettiamo nelle situazioni più strane senza dirglielo prima, ma sono artisti, quindi si lasciano trasportare senza pregiudizi. Agli spettatori, invece, chiediamo di entrare in un frullatore, di passare dall’opera lirica a Myss Keta in cinque minuti, senza snobbare nulla del calderone della cultura contemporanea di qualità.

AG: Lo studio di THE SQUARE é un loft in costruzione. A significare che gli artisti sono degli squatters?

NB: È bello pensare all’arte come a una “occupazione coatta”. Però per rispondere alla tua domanda rubo le parole a una delle nostre ospiti, Drusilla Foer: i cantieri sono belli perché sono luoghi non ancora risolti… quindi pronti per essere occupati. La regola è una sola: nessuno è abusivo.

AG: Eppure intervisti da dietro una scrivania, un po’ come un commissario e gli ospiti sembrano quasi degli imputati… colpevoli di ?

NB: Mi verrebbe da dirti colpevoli di avere scelto l’arte come mestiere. Perché, spesso, chi lavora in questo campo paga la colpa di avere fatto questa scelta. È la colpa più bella del mondo, ma non è facile in questo periodo vivere d’arte, e questo è profondamente ingiusto.

AG: Sei ormai diventato un esperto di arte “tradotta” per i mass media. Non ti scoccia un pochino il ruolo di ‘bravo divulgatore’?

NB: L’arte applicata ai media è la mia fissazione, perché solo così è possibile offrire una lente di ingrandimento verso mondi che sembrano lontani. Essere considerato un divulgatore non mi scoccia. Per spiegare qualcosa al grande pubblico prima devi capirla, e per farlo ci vuole un grande studio. Spero si veda che, dietro la mia leggerezza nel condurre, c’è una preparazione maniacale sugli argomenti di cui parlo.

AG: Qual è l’aspetto più difficile del veicolare arte e creatività attraverso la radio e la TV?

NB: Rispondere a due istanze, che io mi sono dato come regole: ciò che faccio deve piacere sia al pubblico, sia agli esperti. Se non piace a uno dei due, significa che c’è qualcosa che non va, che ti perdi qualcosa per strada.

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Paola Pizzighini

Sono Avvocato Giuslavorista con 10 anni di esperienza nei più affermati studi legali Milanesi a cui è seguita una lunga esperienza in Confindustria in cui ho potuto sviluppare le mie capacità relazionali ed empatiche nelle relazioni industriali e istituzionali.

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