TELESCOPE L’EDITORIALE DI RACCONTI DEL MONDO DELL’ARTE CI PROPONE L’INTERVISTA A GINEVRA BRIA DIRETTRICE DEL MUSEO PECCI DI PRATO – ANGELA MADERNA RACCONTA “LE ISOLE FANTASTICHE” DI MATTEO RUBBI – LEONARDO MERLINI SU “HYPERVISUALLITY” E TANTO ALTRO

 

EDITORIALE

Non che le cose siano cambiate più di tanto, ma l’idea che lentamente la nostra vita stia ripartendo ci deve far interrogare ancora di più sulla direzione che vogliamo prendere.
Per il momento, nell’attesa che anche l’Arte torni ad essere fruibile dal vivo, torniamo a offrirvi TELESCOPE, il nostro mosaico di voci e immagini, la nostra newsletter settimanale per raccontare quello che ancora è troppo “lontano”.
Nella nona edizione di questo nostro piccolo contributo alla circolazione di cultura, le parole dei RACCONTI tornano a descrivere mostre e a farci conoscere protagonisti del mondo culturale, i VIDEO ci guidano alla scoperta di artisti e progetti e i contenuti EXTRA presentano iniziative speciali che attraverso l’Arte costruiscono ponti, riempiono vuoti, alimentano la nostra curiosità, e contribuiscono a dare una mano a chi in questo momento è in difficoltà.
In questa edizione di TELESCOPE nella sezione RACCONTI troviamo Leonardo Merlini, giornalista di Askanews e in queste ultime settimane voce di Radio GAMeC, con uno speciale ricordo dedicato alla mostra Hypervisuality, ospitata nel 2019 a Palazzo Dugnani a Milano; Ginevra Bria, critico d’arte e curatore di Isisuf Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano intervista Cristiana Perrella, Direttrice del Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato; Angela Maderna, giornalista e curatrice, racconta il progetto di Matteo Rubbi Le Isole Fantastiche, nella nuova edizione per AMACI, dedicata alla città di Bergamo.
La sezione VIDEO ci porta alla scoperta di Contemporanee / Contemporanei a cura di Denis Isaia: progetto di sensibilizzazione e di formazione all’arte contemporanea nato dalla collaborazione tra l’associazione AGI Verona del collezionista Giorgio Fasol e l’Università di Verona; mentre la voce di Carlo Valsecchi ci guida ad approfondire il suo progetto fotografico Gasometro M.A.N n.3, dedicato alla trasformazione del gasometro bolognese ed esposto in collaborazione con il Gruppo Hera durante Arte Fiera 2019.
Nella parte EXTRA troviamo Poster Quotidiano, progetto realizzato grazie a Casa Testori e Collezione Giuseppe Iannaccone: 26 artisti coinvolti da Iva Lulashi, Adrian Paci e Fabio Roncato mettono in vendita un’opera in formato poster per sostenere la Fondazione Progetto Arca Onlus, che si occupa di persone e famiglie in difficoltà; MASCARILLA 19 – Codes of Domestic Violence, il progetto di In Between Art Film la casa di produzione di Beatrice Bulgari che coinvolge otto artisti e tre curatori sul tema tristemente attuale della violenza domestica, reso una drammatica emergenza dalla pandemia; e ancora Domenica Doc, il programma di proiezioni in streaming gratuito realizzato da Fondazione Pistoia Musei in collaborazione con Wanted Cinema, per raccontare alcuni tra i più grandi Maestri del nostro tempo.
Vi ricordiamo che l’archivio di tutte le edizioni di TELESCOPE è disponibile su www.larafacco.com
Buona lettura!
lI team di Lara Facco P&C
#TeamLara
Lara Facco
Camilla Capponi, Barbara Garatti, Marta Pedroli,
Claudia Santrolli, Denise Solenghi e Francesca Battello
con la collaborazione di Annalisa Inzana
domenica 10 maggio 2020

RACCONTI

Ginevra Bria intervista Cristiana Perrella, Direttrice del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato

Uno fra i più grandi musei d’arte contemporanea in Italia si presenta, tra passato e futuro, attraverso le parole della direttrice Cristiana Perrella.
GB. Durante la quarantena, come hanno ri-vissuto le collezioni del Centro, grazie anche a The Missing Planet e come verranno digitalizzate, rese fruibili a distanza, nei prossimi anni?
CP. Il patrimonio di un museo non sono solo le opere ma anche l’Archivio e nel nostro ci sono vere gemme, come video straordinari, testimoni di trent’anni d’arte contemporanea e di mostre da cui provengono molti lavori in collezione. Durante la quarantena, con il progetto Centro Pecci Extra, abbiamo accelerato digitalizzazione, montaggio e messa a disposizione di questi materiali, processo iniziato due anni fa con la nostra Webtv. Tra i video pubblicati in questo periodo, l’approfondimento su The Missing Planet, la mostra in corso con una rilettura di un aspetto poco conosciuto della nostra collezione, il focus sull’arte post-sovietica.
GB. In questi due mesi, come si sono adattati i contenuti proposti al vostro nuovo spazio virtuale? Hai notato un’accelerazione nella ricerca di formati, idee, piattaforme di condivisione, talk etc. etc.?
CP. Inizialmente l’obiettivo è stato condividere il nostro patrimonio, attraverso contenuti che rispecchiassero la nostra identità, storia e linguaggio; poi riflettere su quella storia e identità. Solo il sabato, dedicato agli spazi indipendenti in Toscana, abbiamo presentato contenuti nuovi. Dopo un mese ci siamo sentiti pronti a proporre materiali pensati e prodotti per la piattaforma, aperti all’interazione con il pubblico, come i talk, i tutorial, ma anche, appena sarà possibile, gli studio visit con gli artisti.
GB. Quale rapporto si è instaurato, a tuo modo di vedere tra spazio reale e spazio virtuale? Le bandiere per Centro Pecci Extra potrebbero aver rappresentato un punto di contatto tra le due dimensioni?
CP. Certo. Le bandiere sono nate dal desiderio di dare nel mondo fisico un segno di vitalità, resistenza, speranza. E’ stato di grande conforto per noi, gli artisti e speriamo anche per il pubblico, vederle sventolare, anche se solo sui Social, e sapere che si riusciva ancora a “mettere al mondo” un’immagine. D’ora in poi reale e virtuale coesisteranno nella nostra programmazione; il digitale ci offre la possibilità di alimentare e allargare la discussione dei nostri contenuti, ora che la condivisione e il confronto sono essenziali.
GB. Come si è modificato il concetto di pubblico?
CP. Lavorare per un’istituzione pubblica mi ha sempre guidato verso progetti dalla forte agency sociale. Il museo deve essere uno spazio per tutti i cittadini, che risponde ai loro bisogni, che accoglie molteplici punti di vista. Nei prossimi mesi i nostri spazi saranno frequentati principalmente da visitatori locali e spero sarà l’occasione – anche grazie all’ingresso gratuito – perché diventino per loro familiari. Sarà una sfida importante rafforzare la dimensione locale e far riconoscere il nostro ruolo, ma altrettanto importante sarà la sfida digitale per avere voce nel dibattito globale.
GB. Il Centro sta cercando di tornare ad essere, a partire dal 18 maggio, un territorio attivo, con laboratori e ingressi gratuiti alle mostre. A tuo modo di vedere, si potrà arrivare -come sta succedendo in Germania, da lunedì- a prenotare il proprio ‘spazio di visita’ in un museo, così come per un qualsiasi servizio (dalla ristorazione ai viaggi)?
CP. Questo già avveniva in molti musei e per le grandi mostre, ma nel nostro caso ne vedo meno la necessità. Abbiamo spazi grandi e siamo decentrati, lontani dal turismo di massa: se prima poteva essere un limite, oggi è una potenzialità che rende più semplice il passaggio a un nuovo modo di pensare la visita museale.
Crediti immagini: Cristiana Perrella Photo OKNO Studio // Rirkrit Tiravanija, Senza titolo (il domani è la questione), 2019. Foto della mostra, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato. Courtesy of the artist and kurimanzutto, Mexico City. Photo©️Ela Bialkowska _ OKNO Studio // Night Fever. Designing Club Culture 1960 – Today Una mostra di Vitra Design Museum e ADAM – Brussels Design Museum. Vista della mostra al Centro Pecci, Prato. Foto Margherita Nuti // Wiltshire Before Christ. Un progetto di Aries, Jeremy Deller e David Sims, 2019. Foto della mostra, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato. Courtesy Aries, Jeremy Deller e David Sims. Photo©️Ela Bialkowska _ OKNO Studio // Rirkrit Tiravanija, Senza titolo (La paura mangia l’anima), 2019. Foto della mostra, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato. Courtesy of the artist and kurimanzutto, Mexico City. Photo©️Ela Bialkowska _ OKNO Studio
 

Angela Maderna racconta il progetto Le Isole Fantastiche di Matteo Rubbi per AMACI

Ho sempre pensato che il lavoro di Matteo Rubbi portasse con sé una semplicità e una spontaneità estremamente poetiche. Qualche settimana fa, quando tutto si è fermato e online ha iniziato a impazzare la mania dei progetti digitali, mentre sprecavo inesorabilmente il mio tempo in uno di quegli interminabili scorrimenti su Instagram, a un certo punto mi colpisce un’immagine (la si trova postata sul profilo di AMACI): si tratta di un foglietto d’istruzioni scritte a mano e fotografato davanti al mare che recita “Disegnate la vostra isola con: matite, pastelli, pennarelli, pennelli, carboncino o con quello che volete! Costruitela con: creta, pongo, cartone, das, lego, stoffa o quello che più vi piace!
Un gesto semplice che rivela una forza inaspettata, fa sorridere e fa pensare alle parole di Pascoli: “È dentro di noi un fanciullino […] e senza di lui non solo non vedremmo tante cose a cui non badiamo per il solito, ma non potremmo nemmeno pensarle e ridirle”. Mentre siamo tutti costretti dentro alle nostre case, un artista, senza bisogno di gesti plateali, ma solo attraverso un invito scritto su un bigliettino è capace di risvegliare quel fanciullino e di sgravarci per un attimo dalla pesantezza di questo momento, permettendoci di viaggiare, nonostante la costrizione della quarantena, ovunque siamo capaci di andare con la nostra immaginazione, regalandoci un impagabile momento di sollievo e leggerezza, anche solo grazie alla consapevolezza che, sebbene il corpo sia costretto all’interno, la mente permette di arrivare dappertutto.
Non si tratta di un’opera inedita o concepita per l’occasione, bensì di un lavoro che Matteo Rubbi (con l’aiuto di Cherimus, associazione di cui è cofondatore) aveva ideato per AMACI nel 2017, quando, attraverso un workshop, chiese a un migliaio di bambini e bambine delle scuole di disegnare la propria isola, per poi invitare i visitatori dei musei coinvolti a realizzarla con la plastilina, costruendo così un arcipelago coloratissimo in miniatura. Declinandolo alla contingenza, oggi il progetto viene riproposto per Instagram, dove vengono pubblicate le immagini delle isole inviate dal pubblico. Il concetto di autorialità e la sua messa in discussione attraverso il coinvolgimento del fruitore all’interno del processo creativo; la ricostruzione del mondo e dell’universo in miniatura, piuttosto che attraverso la scultura o la performance (si pensi per esempio a Mountains o ai Cieli di Belloveso in piazza Burri a Milano) sono certamente alcuni dei nodi centrali nella ricerca dell’artista, ma in questo contesto a essere preziosa è la spontaneità che attraversa molta parte del suo percorso (non si può non pensare a Ritorno a Solzaland, piuttosto che al Festival internazionale degli aereoplanini di carta).
Per Matteo Rubbi non è dunque necessario alzare la voce per farsi sentire nel frastuono virtuale a cui stiamo assistendo, non ha avuto bisogno di ricorrere ad azioni mirabolanti, è bastata la semplicità, che è uno dei grandi punti di forza del suo lavoro, per riattivare quello sguardo di “serena meraviglia” (per citare nuovamente Pascoli) e di cui ora più che mai abbiamo bisogno.
Per di più mai come in questo momento d’isolamento ci siamo davvero resi conto che “Nessun uomo è un’isola, completo in sé stesso” e mai come adesso, mentre formiamo “un mondo fatto di tante piccole isolette” (come dice il video che introduce questo progetto) sentiamo la necessità di essere parte del variopinto e poetico arcipelago di Matteo Rubbi, artista originario della provincia di Bergamo e che dedica questo lavoro alla sua città.
Crediti immagini: Matteo Rubbi, Le isole fantastiche, courtesy l’artista e AMACI
 

Leonardo Merlini su Hypervisuality. Rendere visibile l’invisibile: opere video dalla collezione Wemhöner

La storia comincia, guarda caso, a Venezia. È da poco passata la mezzanotte e sto tornando verso il ponte dell’Accademia. Fa caldo, per essere autunno inoltrato e penso all’odore del canale della Giudecca, così pregnante. Quando arrivo al molo delle Zattere, deserto, mi imbatto nella luce che illumina tutta la scena: bianchissima, tagliente, inconcepibile. Resto immobile a lungo a fissare il pontone, mentre, sullo sfondo, le tracce di Palanca cominciano a svanire.
Sono passati più di sei mesi da quella notte strana, e da 60 giorni non vedo il mondo. È la lunga quarantena da Covid-19, è il nostro estremo presente, quello che sta cancellando i ricordi dei mille luoghi e dei mille viaggi che c’erano prima. Scivola nelle nebbie anche Venezia, ma non l’immagine di quella luce alle Zattere, della sua iper-visibilità.
Tredici mesi prima, primavera 2019. Arrivo a Palazzo Dugnani bagnato dalla pioggia. Non ricordo che ora fosse, ma la giornata era più buia del previsto. Salgo le scale con la consapevolezza che nei giorni di miart la mole di mostre da visitare genera spossatezza al solo pensiero. Ho un’espressione vuota in faccia, l’impermeabile non riesce a nasconderla; ho poco tempo, c’è sempre un’altra inaugurazione che sta già iniziando altrove. Poi, nella sala affrescata dal Tiepolo, la prima cosa che vedo sono le zampe del pavone, vecchie come solo l’umanità potrebbe essere. Sento il rumore delle unghie dell’animale che arrancano sul pavimento. E tutto cambia. La notte veneziana sarebbe arrivata sette mesi dopo, ma, in qualche modo, comincia in quel momento.
Guardo il lavoro dei MASBEDO, perdendomi nel dialogo tra il Veronese, nel film, e il Tiepolo, reale, sulla mia testa. Ma già so benissimo che la nozione di realtà si svela, una volta di più, per quello che è: un’invenzione fittizia, una metafora, necessaria magari, ma del tutto arbitraria. Il ragazzo indiano e il pavone, il giornalista e la sua solitudine in mezzo alla folla della Art Week, il senso di un Tempo remoto, “un tempo azteco”, mi viene da pensare. Le cose si ricompongono per frammenti, e poi tornano a scomporsi, in continuazione. Non dico niente, ma uscendo dalla sala comincio a pensare di essere felice.
Scivolo intorno ai Rosefeldt, affascinato dai movimenti delle sue storie e della sua camera; ammiro l’idea di seduzione circolare, come le rovine di Borges, delle donne di Yang Fudong, ma sento che qualcosa mi attira più in là, nella sala più grande che ho volutamente lasciato per ultima. La sala di Isaac Julien e del suo Playtime. Sono venuto qui per questo film, ma me ne rendo conto solo in quel momento. (Sono venuto anche perché contavo di intervistarlo, Julien, ma me ne ero scordato). Mi interessa esclusivamente lo schermo, desidero solo sedermi sulla panca e lasciare che nient’altro esista, come ho fatto decine di volte davanti a Grosse Fatigue di Camille Henrot. Abdico a tutto il resto: il lavoro, l’appuntamento successivo, la collega che mi aspetta al piano terra. Non importa. Lascio che il film faccia il suo corso dentro di me; mi riconosco nella scena di Cosmopolis di Don DeLillo nella quale Danko, una delle guardie del corpo del giovane miliardario Eric, decide di perdersi in un rave e abbandona il suo datore di lavoro. Mi sembra di sentire tutti quei corpi che danzano, la loro energia totalizzante, intorno a me, anche se sono solo nella stanza. Solo davanti allo schermo che racconta, con una chiarezza visuale bruciante, la crisi finanziaria (che peraltro il romanzo di DeLillo aveva visto con cinque anni di anticipo) e le geometrie invisibili della magnifica tragicità del presente. Il fantasma del Capitalismo. Il fantasma del Mondo. Il fantasma della Realtà. Adesso, è ufficiale: sono felice.
Crediti immagini: HYPERVISUALITY. Making the invisible visible. Moving images from the Wemhöner Collection.
Installation view @ Palazzo Dugnani. Photo by Roberto Marossi. CourtesyWemhöner Collection / MASBEDO. Fragile, 2016 / Julian Rosefeldt. Deep Gold, 2014 / Yang Fudong. New Women, 2013 / Julian Rosefeldt. The Swap, 2015 / Isaac Julien.Playtime, 2014
 

VIDEO

 

Università degli Studi di Verona

e AGI Verona

Contemporanee/Contemporanei

Contemporanee/Contemporanei è un progetto di sensibilizzazione e di formazione all’arte contemporanea nato dalla collaborazione tra l’Università degli Studi di Verona e l’associazione AGI Verona di Giorgio Fasol. Da settembre 2019, oltre 80 opere di arte contemporanea di artisti internazionali – da Adrian Paci a Sisley Xhafa, da Nico Vascellari a Shilpa Gupta, da Jorge Paris a Gianni Caravaggio e molti altri – abitano gli spazi dell’Ateneo in una mostra a cura di Denis Isaia, la prima mostra pubblica permanente di arte contemporanea in Italia dedicata a opere prodotte soprattutto negli anni Duemila. Questi lavori sono stati concessi in comodato all’Università per cinque anni, dati “in adozione” agli studenti perché siano per loro uno stimolo e una “chiave di lettura” del mondo.
 
Crediti: courtesy Università degli Studi di Verona e AGI Verona di Giorgio Fasol

Carlo Valsecchi

GASOMETRO M.A.N. n.3

“Ascoltare il canto dello spazio, il pensiero analogico” è così che Carlo Valsecchi sintetizza il rapporto tra la sua fotografia e l’architettura, ma anche l’oggetto della sua ricerca artistica da sempre. Questo video racconta Gasometro M.A.N. n.3, progetto esposto nel 2019 alla Pinacoteca Nazionale di Bologna, e pubblicato in un volume a cura di Luca Massimo Barbero, edito da Silvana Editoriale. Le fotografie di Valsecchi, alla continua ricerca della relazione tra Spazio, Luce e Tempo, presentano la metamorfosi del gasometro di Bologna nel corso dei lavori di recupero e restauro promossi dal Gruppo Hera; la grande struttura sembra un organismo vivente, in continua trasformazione, che si scompone e ricompone fino ad assumere una forma del tutto inedita.
Come ha scritto Barbero, “Quelle di Carlo Valsecchi non sono solo fotografie “di architettura” sono immagini di un’architettura che diventa intima, che alla pura documentazione degli spazi sostituiscono il ritratto di una possibile interiorità, anche dell’animo umano“.
 
Crediti video: musica di Enrico Sangiuliano, Dutch Kiss (InnerMix)

EXTRA

Casa Testori e Collezione Giuseppe Iannaccone

POSTER QUOTIDIANO

Quella del Coronavirus non è solo un’emergenza sanitaria, ma un’emergenza sociale: la pandemia che ha bloccato l’economia mondiale mette a repentaglio tante persone e famiglie, che oggi fanno fatica ad affrontare i bisogni più elementari, dal cibo alla casa.
Con il progetto Poster Quotidiano, realizzato grazie a Casa Testori e Collezione Giuseppe Iannaccone, 26 artisti tendono una mano a chi è in difficoltà. Nata da un’idea di Iva Lulashi, Adrian Paci e Fabio Roncato, l’iniziativa mette in vendita un’opera in formato poster di tutti gli artisti coinvolti, per sostenere la Fondazione Progetto Arca Onlus che a Milano, Roma e Napoli fornisce assistenza ai senza tetto e ha recentemente avviato un programma di sostegno alle tante famiglie in difficoltà.
Gli artisti che hanno aderito al progetto: Alessandro Agudio, Giulia Andreani, Stefano Arienti, Filippo Berta, Thomas Braida, Nina Carini, Linda Carrara, Andrea Cerruto, Paolo Ciregia, Vanni Cuoghi, Matteo Fato, Giovanni Frangi, Emilio Isgrò, Giovanni Iudice, Massimo Kaufmann, Beatrice Marchi, Elena Mocchetti, Davide Monaldi, Ruben Montini, David Reimondo, Alessandro Sambini, Hermanos Santiago, Marinella Senatore
Uno speciale ringraziamento ad Art Defender, MediaRevolution.it, Collezione Nembrini e ad altri sostenitori che hanno voluto mantenere l’anonimato, che hanno reso possibile l’iniziativa.

In Between Art Film

MASCARILLA 19 – Codes of Domestic Violence

 

Una casa di produzione, tre curatori e otto artisti per dare voce a una “emergenza nell’emergenza”.
Con Mascarilla 19 – Codes of Domestic Violence, In Between Art Film – la casa di produzione di Beatrice Bulgari produrrà i film d’artista di Iván Argote, Silvia Giambrone, Eva Giolo, Basir Mahmood, MASBEDO, Elena Mazzi, Adrian Paci, Janis Rafa, chiamati a interpretare un tema tristemente attuale, reso emergenza dalla pandemia: la violenza domestica.
Mascarilla 19 infatti è la parola in codice che usano le donne spagnole vittime di violenza per denunciare gli abusi subiti: con questo nuovo progetto, a cura di Leonardo Bigazzi, Alessandro Rabottini e Paola Ugolini, In Between Art Film risponde alla duplice necessità di richiamare l’attenzione sull’emergenza globale della violenza di genere e di sostenere la produzione artistica, in un momento storico di grande incertezza.
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Paola Pizzighini

Sono Avvocato Giuslavorista con 10 anni di esperienza nei più affermati studi legali Milanesi a cui è seguita una lunga esperienza in Confindustria in cui ho potuto sviluppare le mie capacità relazionali ed empatiche nelle relazioni industriali e istituzionali.

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